«Nazionalità è per noi unità: unità viva, libera e potente come Stato. E perché noi vogliamo questa unità come libero Stato?
Perché noi sappiamo che solo nella unità come libero Stato possono spiegarsi liberamente tutte le potenze della nostra vita;
solo in quello noi possiamo essere e saperci veramente noi». (Bertrando Spaventa)


domenica 24 gennaio 2010

Rassegna Stampa 30/11/2009 I - Dopo l'acqua ai privati, il business dei rifiuti


Dopo l' acqua, i rifiuti. La stessa legge che nei giorni scorsi ha impresso un brusco colpo di acceleratore alla privatizzazione dei servizi idrici, scatenando forti polemiche e facendo parlare di guerra per il controllo dell' acqua, ha cambiato anche gli equilibri tra le aziende che si contendono la torta della gestione della spazzatura, un business che vale 7,6 miliardi di euro l' anno, lo 0,47 per cento del Pil. In base alla nuova norma, la quota di capitale pubblico nelle società del settore quotate in Borsa dovrà scendere entro il 2013 sotto il 40 per cento ed entro il 2015 sotto il 30 per cento.I Comuni che possiedono direttamente le società di servizio dovranno invece cedere almeno il 40 per cento del capitale ai privati o appaltare il servizio a gara entro il 31 dicembre 2011. Dunque la mappa delle grandi aziende del settore è destinata a cambiare. Vediamo come partendo dai numeri.
Al momento la quota dei rifiuti raccolti dalle imprese pubbliche è il 59,2 per cento rispetto alla popolazione servita e il 46,1 per cento rispetto al numero dei Comuni interessati. Il 30,7 per cento della popolazione e il 34,8 per cento dei Comuni è affidato a operatori privati. La quota restante (10,1 per cento della popolazione e 19,1 per cento dei Comuni) è gestita direttamente dagli enti locali ed è in costante diminuzione da anni (è scesa del 25 per cento in dieci anni).
Ma quali potrebbero essere le new entry nel settore?
Al momento le società multiservizi leader sono: Hera con 4 milioni di tonnellate anno di rifiuti anno urbani e speciali; A2A, che ha fuso le ex municipalizzate di Brescia, Bergamo e Milano; Enìa, che controlla l' area di Reggio Emilia, Parma e Piacenza; Linea Group, che opera a Mantova, Cremona e Lodi. Poi ci sono le società che si occupano solo di rifiuti (l' ambito operativo coincide con il territorio comunale): Ama a Roma, Asia a Napoli, Amiat a Torino, Amiu a Genova, Quadrifoglio a Firenze. Nei prossimi anni si faranno probabilmente spazio imprese straniere: al mercato italiano sono interessati in Francia Veolia e il gruppo Cnim, in Belgio Electrabel, in Spagna Urbaser, in Germania Remondis (che ha smaltito durante una delle infinite emergenze i rifiuti di Napoli).
«Noi non siamo contrari alla competizione tra pubblico e privato, ma chiediamo regole chiare e un quadro giuridico che permetta di operare con efficienza», afferma Daniele Fortini, presidente di Federambiente, l' associazione italiana dei servizi pubblici di igiene ambientale. «In quasi due terzi del paese le perfomance attuali delle società di gestione non hanno nulla da invidiare a quelle dei migliori competitori europei: dai rifiuti si estraggono materie da riciclare e si recupera energia elettrica e termica. Ma in tanta parte d' Italia, proprio dove le gestioni sono state affidate con gara al mercato, questi livelli non si raggiungono e anzi buona parte delle regioni meridionali deve scontare emergenze, commissariamenti straordinari e spese fuori controllo, mentre l' ombra dei poteri criminali ondeggia tra milioni di tonnellate di ecoballe e di discariche abusive». Il rischio, secondo Fedarambiente, è che non sia chiaro chi fa le gare: i Comuni? gli Ato, cioè i cosiddetti ambiti territoriali ottimali che in Sicilia sono ben 27? E poi cosa va a gara? Tutto il sistema di raccolta dei rifiuti o le varie fasi? Il servizio è diviso in tre momenti: spazzamento, raccolta e smaltimento. Mentre lo smaltimento implica capacità tecnologiche e quindi può alimentare una competizione basata sulla capacità industriale, la battaglia commerciale sulle prime due fasi rischia di giocarsi solo sul costo del lavoro. E, visto che i Comuni faranno con ogni probabilità gare al ribasso, concentrarsi solo sullo spazzamento delle strade potrebbe aprire le porte a microimprese, magari occasionali, non in grado di offrire le garanzie necessarie. Il rischio concreto è che l' Italia si spacchi in due: da una parte le aree in cui i servizi sono pagati meglio e tutti sono in corsa per aggiudicarseli e dall' altra le aree più povere in cui sarà difficile trovare chi garantisce la qualità del servizio. Con la possibilità che invece di risolvere il caso Campania se ne creino di nuovi. Un' altra difficoltà emerge dalla lettura del Green Book, il rapporto annuale che Federambiente presenta oggi: per effetto della crisi in Italia i consumi diminuiscono e quindi rallenta la crescita degli scarti prodotti, ma al tempo stesso aumentano i costi di gestione dei rifiuti urbani. Un aumento causato dal maggior costo di una serie di servizi di maggiore qualità, compresa la raccolta porta a porta. Nel 2007 le città hanno prodotto 32,5 milioni di tonnellate di rifiuti (una crescita del 21 per cento in 9 anni) e solo il 28 per cento è stato raccolto in modo differenziato. Complessivamente, in Italia la produzione di rifiuti pro capite è salita in dieci anni da 472 a 546 chili. Siamo poco sotto la media europea (652 chili pro capite l' anno). La Norvegia è a 824, la Spagna a 588, la Gran Bretagna a 572, la Germania a 564, la Francia a 541, la Turchia a 430, la Repubblica Ceca a 294. Se l' Italia è allineata dal punto di vista delle quantità, si trova sbilanciata per quanto riguarda la capacità di trattamento. La quota di rifiuto urbano che viene trattata in impianti di selezione e compostaggio è passata da 1,4 milioni di tonnellate nel 1999 a 3,2 milioni nel 2007 ma solo grazie al traino delle regioni settentrionali. E a fronte di una media europea di rifiuti pro capite in discarica pari a 195 chili (il 35 per cento del totale), l' Italia sta a 287, cioè oltre il 50 per cento. Peggio di noi Regno Unito, Spagna, Turchia e Cipro (che arriva a 658 chili pro capite l' anno in discarica). Qualche difficoltà anche sul fronte del passaggio dalla tassa alla tariffa: nel 2007 lo avevano già effettuato solo 1.393 Comuni e i nodi da sciogliere, anche dal punto di vista del contenzioso legale, restano parecchi. Infatti nel Green Book la classifica dei Comuni in base al costo dello smaltimento presenta significative oscillazioni. La spesa media per una famiglia di 3 persone che vive in una casa di 80 metri quadrati è di 192,4 euro l' anno. Ma in Campania la cifra arriva a 258 euro, in Sicilia a 239,3, in Sardegna a 225,5. La stessa famiglia paga meno in Molise (89,5 euro l' anno) e in Calabria (118,5 euro). La media dei Comuni in cui si è passati alla tariffa è 187,4 euro l' anno, in quelli rimasti alla tassa si sale a 194,2 euro. Per i negozi, ipotizzando una superficie di 50 metri quadrati, il servizio di nettezza urbana costa in media 391,5 euro l' anno; per un ufficio privato di 100 metri quadrati si sale a 799,4, per un ristorante di 200 metri quadrati si arriva a 4.006,9. I costi maggiori sono nel Lazio, i minori in Molise e in Val d' Aosta.

Antonio Cianciullo
(da la Repubblica-Affari & Finanza, 30 novembre 2009)

1 commento:

  1. Per avere e dare una testimonianza di cosa significhi realmente la "questione rifiuti" dell'Italia, il Gruppo di Studio di Giurisprudenza, partecipando all'iniziativa "SpazzaTour 2009" promossa dal Coordinamento Regionale Rifiuti della Campania con la stampa estera europea e d'oltre, ha filmato i territori visitati e li ha messsi a disposizione su internet all'indirizzo

    www.youtube.it/GruppoStudioGiurispr

    per un'opinione pubblica scientifica.
    Per maggiori informazioni:

    www.rifiuticampania.org
    www.napoliassise.it

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