«Nazionalità è per noi unità: unità viva, libera e potente come Stato. E perché noi vogliamo questa unità come libero Stato?
Perché noi sappiamo che solo nella unità come libero Stato possono spiegarsi liberamente tutte le potenze della nostra vita;
solo in quello noi possiamo essere e saperci veramente noi». (Bertrando Spaventa)


lunedì 25 gennaio 2010

Rassegna Stampa 25/01/2010 I - Morire d'amianto sulle dolci colline dell’Oltrepò pavese


Alla fine il sindaco allarga le braccia, sotto la bandiera tricolore: «Ho visto famiglie sterminate, andavo a pulire la tomba di mio fratello pensando che fosse polvere di cemento e invece era amianto, magari domani mi ammalo pure io... cosa possiamo dire ancora?». Già, cosa si può aggiungere, come si può spiegare e capire la storia di una fabbrica, come la Fibronit, che accompagna per un secolo la vita quotidiana di una tranquilla comunità della bella provincia italiana, alimentandone il reddito e le speranze, per poi scoprire che oltre quel recinto, dentro quei reparti, si nascondevano la malattia e la morte. Luigi Paroni, sessantenne, è il primo cittadino di Broni, comune di quasi diecimila abitanti che s’incontra appena passato il Po, oltre lo storico ponte della Becca. L’aria è padana, non come la intende la stupidità leghista, ma perché la cultura e la storia hanno radici profonde nel lavoro, nella tradizione, nella democrazia della gente. Questa terra è stata cantata da Gianni Brera e Alberto Arbasino, qui nasce il Barbacarlo, formidabile vino rosso. Da ragazzi, quando avevamo due lire, scappavamo da Milano e portavamo la morosa nelle trattorie su queste colline facendo un figurone. Il cimitero ci ricorda che qui è nato ed è sepolto un italiano perbene: Paolo Baffi, indimenticato governatore della Banca d’Italia. Broni nasconde, purtroppo, una tragedia immane, una strage silenziosa e dimenticata che si alimentagiorno dopo giorno. Potrebbe essere paragonata al dramma dell’Eternit. Anche qui l’amianto è stato per decenni una presenza inquietante ma tollerata, uccideva ma nessuno sapeva nulla o magari si stava zitti perchè il profitto per il padrone e uno stipendio per l’operaio mettevano tutto a tacere. C’è stata questa stagione, un lungo periodo di industrializzazione senza regole e senza limiti per il boom economico. La ex Cementifera Italiana Fibronit produceva cemento già nel 1919, poi nel 1932 iniziò la lavorazione dell’amianto, continuata fino al 1993 quando, finalmente, una legge nazionale impose la cessazione per la sua pericolosità. Ma il danno ormai era stato fatto. «Si può affermare che tra i dipendenti degli ultimi venti, venticinque anni di attività della fabbrica circa 600-700 siano morti per le conseguenze dell’esposizione all’amianto, per il periodo precedente è difficile fare stime» osserva Costanza Pace, geologa, vicepresidente dell’Associazione italiana esposti all’amianto di Broni, «noi chiediamo due cose: il risarcimento per le famiglie delle vittime degli operai e degli altri cittadini colpiti, la bonifica dell’area dell’ex Fibronit». A sedici anni dalla chiusura dello stabilimento la minaccia dell’amianto si insinua ancora nella vita dei cittadini. Il mesotelioma pleurico (il cancro ai polmoni) ha un periodo di incubazione lunghissimo, venti trent’anni, anche di più in alcuni casi. L’apice, il punto più pericoloso per Broni e i comuni circostanti, è atteso dopo il 2015. Intanto si possono considerare i numeri e i fatti di oggi. L’Asl ha accertato negli ultimi tre anni cento nuovi casi di mesotelioma all’anno nella zona.
La provincia di Pavia detiene il triste record in Lombardia e in Italia per i casi di mesotelioma e il contributo decisivo a questo primato arriva proprio da Broni.
Le conclusioni del 2006 di un’indagine commissionata dall’Asl al Dipartimento di Medicina preventiva dell’Università di Pavia relativa agli anni 1994-2003 hanno rilevato che l’incidenza del mesotelioma tra i residenti del comune di Broni era 25 volte superiore rispetto all’atteso a causa delle emissioni di polvere durante il periodo di attività della Fibronit. Sono stati e sono colpiti sia ex operai, sia comuni cittadini. Muoiono le mogli che lavavano le tute dei mariti intrise di polvere d’amianto. Sono morti alcuni cittadini di un’area sotto vento, dove venivano portate le polveri. È morto anche un ex postino che per anni aveva consegnato le lettere all’ingresso della Fibronit. Parlare di giustizia in queste tragedie è difficile. Ma qualcosa finalmente si è mosso, anche tra la popolazione, prima rassegnata e ora più decisa, grazie al lavoro di Legambiente e della Cgil. La Procura di Voghera ha chiuso l’inchiesta per i morti della Fibronit. Le denunce e gli esposti di anni hanno portato a un primo risultato: ci sono dieci indagati tra ex amministratori e dirigenti dell’azienda, anche se non c’è più nessuno degli ex proprietari originari, la famiglia Milanese di Casale Monferrato. I cespiti aziendali residui sono in curatela fallimentare. Le accuse sono pesanti: disastro colposo, rimozione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro e omicidio colposo plurimo. L’indagine del sostituto procuratore Maria Gravina è stata un’opera gigantesca, gli atti depositati a disposizione delle parti sono costituiti da ben 80mila pagine. Il sindaco Paroni spera «in un processo che avrebbe un grande valore morale per tutti», e vorrebbe «poter contare su tutti i finanziamenti necessari alla bonifica il cui piano doveva finire nel 2014,masiamo già un anno in ritardo». La campagna elettorale per le regionali potrebbe smuovere qualche cosa, anche se Formigoni è molto impegnato nelle inaugurazioni. La chiusura della fabbrica e l’amianto hanno avuto un brutto effetto: è diminuita la popolazione, l’economia ne ha risentito. Oggi ci sono solo cinque aziende con più di 30 addetti ciascuna. C’è un po’ di artigianato, il piccolo commercio, l’agricoltura legata al vino. Il sindaco vorrebbe attrarre qualche investimento, rilanciare il teatro, creareunpolo culturale multifunzionale... Broni meriterebbe una nuova stagione. Ma i conti col passato bisogna farli. E gli ex operai malati in giro con la bombola ad ossigeno sono la testimonianza visibile che un po’ di giustizia ci vuole, anche nell’epoca dei fanatici del processo breve. Ottavio Guarnaschelli, 60 anni, si considera fortunato: «Quelli che lavoravano con me sono quasi tutti morti, io mi faccio visitare ogni tre mesi sperando di evitare guai. Certo se penso agli anni che abbiamo lavorato avvolti dalla polvere di amianto mi chiedo se non si poteva fare qualche cosa prima per evitare tutti questi malati, questi morti».Male battaglie non finiscono mai, anche quando le fabbriche sono chiuse. Bruno Salvatore, ex dipendente Fibronit, è originario di Cosenza, vive qui dal 1952. Ha bisogno dell’ossigeno. Si lamenta: «Mi vogliono togliere l’assegno per le malattie professionali, mi hanno scritto che si sono sbagliati nel 1983 e io cosa faccio? Anni fa avevo denunciato la Fibronit, a Casale Monferrato, non è mai successo nulla». L’ultimo incontro è con la memoria storica di Broni. Guido Varesi, classe 1912, porta con eleganza il tabarro. Va tutti i giorni al circolo per incontrare gli amici e bere un calice. Ha 98 anni, si considera un sopravvissuto e parla con dolcezza, come solo i vecchi sanno fare. «Io sono una disgrazia per l’Inps: sono sopravvissuto a due guerre mondiali, ho fatto il partigiano, ho lavorato 38 anni alla Fibronit e sono ancora vivo e vegeto. Mia moglie non ce l’ha fatta, lavorava al piano di sopra nel reparto delle donne. I miei compagni non ci sono più e adesso c’è gente che si ammala ancora, chissà come sarà il futuro...».

Rinaldo Gianola
(da L’Unità, 25 gennaio 2010)

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