«Nazionalità è per noi unità: unità viva, libera e potente come Stato. E perché noi vogliamo questa unità come libero Stato?
Perché noi sappiamo che solo nella unità come libero Stato possono spiegarsi liberamente tutte le potenze della nostra vita;
solo in quello noi possiamo essere e saperci veramente noi». (Bertrando Spaventa)


domenica 24 gennaio 2010

Rassegna Stampa 26/12/2009 I - Così hanno tradito l'Africa



Il Continente nero pagherà con morti e carestie il compromesso al ribasso raggiunto sul clima a Copenaghen. E alcuni leader africani sono stati complici delle scelte dei grandi. In cambio di cosa? È stato al nono giorno del summit sul clima di Copenaghen che si è deciso di sacrificare l'Africa. La posizione ai negoziati del blocco G-77, che comprende anche Stati africani, era chiara: un aumento nelle temperature medie globali di due gradi Celsius in Africa (i due gradi dell'accordo finale) si traduce in un aumento reale di 3-3,5 gradi. Ciò significa, secondo quanto afferma la Pan African Climate Justice Alliance, che "altri 55 milioni di persone rischiano di andare incontro a una carestia", che "la penuria d'acqua potrebbe colpire tra i 350 e i 600 milioni di persone in più". L'arcivescovo Desmond Tutu definisce la posta in gioco in questi termini: "Incombe su di noi una catastrofe di proporzioni colossali. Porsi come obiettivo globale un aumento di circa due gradi celsius equivale a condannare l'Africa all'incenerimento e a non avere alcuno sviluppo". Eppure, ciò era esattamente quello che il primo ministro etiope Meles Zenawi aveva proposto, allorché aveva fatto tappa a Parigi nel suo viaggio verso Copenaghen: affiancando il presidente Nicolas Sarkozy e affermando di parlare a nome di tutta l'Africa (in qualità oltretutto di capo della delegazione africana incaricata dei negoziati sul clima), aveva illustrato un piano che prevede il tanto paventato aumento di 2 gradi delle temperature e che mette a disposizione dei paesi in via di sviluppo 10 miliardi di dollari l'anno per contribuire a sovvenzionare tutto ciò che è da ricondursi al cambiamento del clima, dalle paratie contro l'innalzamento degli oceani alla cura della malaria alla lotta alla deforestazione. È dunque davvero difficile credere che si tratti del medesimo uomo che soltanto tre mesi fa diceva: "Faremo valere la nostra numerosa delegazione per delegittimare qualsiasi accordo che non sia coerente con le nostre posizioni minime. Se sarà necessario, siamo disposti ad abbandonare i negoziati che dovessero rivelarsi causa di ulteriore rovina per il nostro continente. Non siamo disposti ad accettare un riscaldamento globale superiore al livello minimo evitabile. Prenderemo parte ai prossimi negoziati non come supplici, che umilmente cercano di difendere se stessi, ma come negoziatori che a tutti gli effetti si adoperano a tutela dei propri interessi e delle proprie opinioni". Non sappiamo ancora che cosa abbia ottenuto Zenawi in cambio di questa sua drastica metamorfosi e come sia possibile, nello specifico, passare dalla posizione di chi chiede finanziamenti per 400 miliardi di dollari l'anno (posizione del gruppo africano) a quella di chi si accontenta di appena 10 miliardi di dollari. Nello stesso modo, non sappiamo che cosa sia accaduto di preciso quando il segretario di Stato Hillary Clinton ha incontrato il presidente delle Filippine Gloria Arroyo poche settimane prima del summit, e all'improvviso i più duri negoziatori filippini sono stati allontanati dalla loro delegazione e le Filippine, che avevano chiesto tagli più incisivi alle emissioni da parte del mondo ricco e sviluppato, si sono tutto a un tratto allineate con le posizioni americane. Sappiamo però - per aver assistito di persona a tutto un susseguirsi di clamorosi dietrofront - che le potenze del G8 sono state disposte a fare pressoché di tutto per arrivare a un accordo a Copenaghen. L'urgenza chiaramente non nasce da un ardente desiderio di scongiurare un catastrofico cambiamento climatico, considerato che i negoziatori sanno fin troppo bene che i miseri tagli alle emissioni proposti garantiscono che le temperature aumenteranno di 3,9 gradi "danteschi", per dirla con Bill McKibben (famoso ambientalista americano, ndr.). Matthew Stilwell dell'Institute for Governance and Sustainable Development, uno degli organi di consulenza più influenti del summit, dice che i negoziati non hanno riguardato la possibilità di scongiurare il cambiamento del clima, ma sono stati soltanto una battaglia indiretta per accaparrarsi una risorsa inestimabile: il diritto di avere un cielo. Esiste una quantità limitata di anidride carbonica che è possibile immettere nell'atmosfera. I Paesi ricchi, non volendo ridurre in modo significativo e consistente le loro emissioni, in pratica hanno messo le mani anche sulla parte di cielo già insufficientemente disponibile per il Sud del pianeta. In gioco, osserva Stilwell, c'era nientemeno che "l'importanza di condividere il cielo". L'Europa, prosegue Stilwell, capisce perfettamente quanto ci sia da guadagnare dal carbon trading, perché da anni usa questo meccanismo. I Paesi in via di sviluppo, d'altro canto, non hanno mai dovuto sottostare a restrizioni di sorta nelle loro emissioni di biossido di carbonio, e quindi molti governi non si rendono conto di quanto e di che cosa abbiano da perdere. Contrastare il valore di mercato dell'anidride carbonica - che secondo l'illustre economista britannico Nicholas Stern ammonta a 1.200 miliardi di dollari l'anno - con i miseri 10 miliardi di dollari messi sul tavolo per i paesi in via di sviluppo, dal punto di vista di Stilwell equivale per i Paesi ricchi a cercare di barattare "Manhattan con perline e coperte". E aggiunge: "Stiamo vivendo una fase coloniale: ecco per quale motivo non si è lasciato nulla di intentato per far sì che i capi di Stato convenissero qui per firmare questo accordo. Non vi è alcuna possibilità di tornare indietro. Avete suddiviso le ultime risorse rimaste senza proprietario e le avete assegnate ai ricchi". Da mesi le Ong avevano avvertito che obiettivo del summit di Copenaghen era 'to seal the deal', firmare un accordo. Ma l'accordo partorito, di vecchio stampo, non sarà sufficiente, specialmente perché non risolverà la crisi del clima e potrebbe peggiorare addirittura le cose, aggravando le disparità che esistono già oggi tra Sud e Nord del pianeta e paralizzandole a tempo indefinito. Augustine Njamnshi del Pan African Climate Justice Alliance definisce con parole quanto mai secche la conclusione di contenere l'aumento delle temperature a 2 gradi: "Non potete affermare di proporre una soluzione al cambiamento del clima se questa soluzione comporterà la morte di milioni di africani e se a pagare per il cambiamento del clima saranno i poveri e non i responsabili dell'inquinamento". Stilwell è del parere che questo cattivo accordo "paralizzera l'approccio sbagliato almeno fino al 2020", ovvero ben oltre la scadenza fissata per il picco massimo delle emissioni. E sostiene che sarebbe stato assai più opportuno decidere di non decidere nulla: "Era meglio aspettare sei mesi o anche un anno e arrivare all'accordo giusto, perché la scienza fa progressi, la politica fa progressi, e anche la comprensione della società civile e delle comunità coinvolte fanno progressi e quindi tutti sarebbero stati pronti, fra un po' di tempo, a fare delle pressioni sui leader perché prendessero degli impegni maggiori un un accordo come si deve". All'inizio della Conferenza sul clima dell'Onu di Copenhagen la mera idea di procrastinare le cose sembrava un'eresia ambientale. Ma dati gli scadenti risultati raggiunti col sen di poi sarebbe stato meglio rallentare e fare le cose come vanno fatte. È l'opinione espressa anche dall'arcivescovo Tutu proprio in virtù dello scenario apocalittico che comporta un aumento di due gradi delle temperature in Africa. Per alcuni capi di Stato sarebbe stato un disastro politico, ma per tutti gli altri avrebbe potuto essere l'ultima occasione per scongiurare un vero disastro.

Naomi Klein
(da L'espresso - traduzione di Anna Bissanti)

1 commento:

  1. Sempre su questo tema, importantissimo l'articolo "L'Africa senza terra" pubblicato sull'Internazionale dell'11/17 dicembre 2009

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