«Nazionalità è per noi unità: unità viva, libera e potente come Stato. E perché noi vogliamo questa unità come libero Stato?
Perché noi sappiamo che solo nella unità come libero Stato possono spiegarsi liberamente tutte le potenze della nostra vita;
solo in quello noi possiamo essere e saperci veramente noi». (Bertrando Spaventa)


lunedì 1 febbraio 2010

Rassegna Stampa 14/07/2009 II - Rifiuti radioattivi, cercasi (disperatamente) una «discarica»


Il ritorno al nucleare vuol dire che in Italia si produrranno nuovamente rifiuti radioattivi in grande quantità. Oltre a trovare i luoghi dove costruire le centrali, il Governo dovrà quindi mettere in conto anche la necessità di individuare il sito unico in cui depositare le scorie. E sicuramente non sarà un lavoro facile. Sulla necessità di costruire un deposito nazionale, gli esperti sono tutti d’accordo. Già oggi la situazione è critica. In Italia le centrali nucleari sono ferme dal 1987; i rifiuti prodotti sino a quel momento, ad eccezione del combustibile, sono rimasti al loro interno in attesa del condizionamento, ovvero di una serie di procedure che servono a mettere in sicurezza le sostanze radioattive. Quando le centrali verranno finalmente smantellate, si dovrà decidere cosa fare di quei 50.000 metri cubi di materiale radioattivo. A questa piccola montagna si devono aggiungere ancora 27.000 metri cubi di rifiuti radioattivi prodotti dall’attività medica e di ricerca stipati per lo più alla Casaccia, vicino al Lago di Bracciano in un deposito che però sta diventando troppo piccolo. Manca la parte qualitativamente più importante: i rifiuti spediti all’estero e che dovrebbero rientrare dopo essere stati trattati. Sono i più preoccupanti perché si tratta del combustibile esaurito, ovvero la fonte di tutta la radioattività delle centrali nucleari: le sostanze a più lungo decadimento. Ne abbiamo mandati 6.000 metri cubi a Sellafield in Inghilterra e altre 235 tonnellate in Francia. Lì saranno “riprocessati”. Questi rifiuti torneranno a casa fra una decina di anni e ci vorrà un posto dove metterli. Se poi produrremo di nuovo energia nucleare, il deposito diventa ancora più necessario. Del resto, l’Italia, quando ha firmato l’accordo per mandare oltralpe il combustibile esaurito, si è impegnata con la Francia a costruire il deposito entro il 2020, ma dove? La prima cosa da fare è cercare di non ripetere gli errori del passato. E’ bene quindi ricordare la storia di Scanzano Jonico. Il 13 novembre del 2003, l’allora Governo Berlusconi individua nella cittadina della Basilicata il luogo dove costruire il deposito unico per le scorie radioattive di medio ed alto livello. Il sito per la costruzione di un deposito geologico profondo viene indicato dal consiglio dei Ministri dopo una valutazione del Servizio Geologico Nazionale. Lo stesso giorno il Sindaco di Scanzano dichiara di essere all’oscuro di tutto: nessuno ha avvertito la popolazione né i suoi rappresentanti che sarebbero arrivati 60.000 metri cubi di scorie tossiche. Dal giorno successivo parte la rivolta: in poche ore nascono associazioni di cittadini contrari alla costruzione del sito. A Scanzano manifestano gli ambientalisti, gli studenti, i commercianti, persino i sacerdoti. Il 23 novembre scendono in piazza più di 100.000 persone. Di fronte ad una presa di posizione così netta, il Governo deve fare marcia indietro. A fine novembre il nome di Scanzano viene cancellato dal decreto. Da allora Scanzano è diventato un monito: così non si fa. Innanzitutto si è capito che il deposito per ora è meglio non farlo geologico, ma di superficie: durerà meno, ma è più facile da costruire e gestire. Tutti gli esperti sono convinti che la scelta del luogo non si possa fare per decreto legge: ci vuole un percorso condiviso. Secondo alcuni bisogna pensare a forme di risarcimento, non solo soldi, ma prospettive di sviluppo. In Francia intorno al sito di La Manche sono sorti una città industriale ed un centro di eccellenza di settore. Il tavolo di concertazione promosso dall’ex-ministro Bersani tra Governo, Regioni, Ispra ed Enea aveva lo scopo di creare un percorso condiviso, ma al momento ancora non si è giunti ad una soluzione del problema: le Regioni sono ancora Una centrale nucleare scettiche.

Cristiana Pulcinelli
(da L’Unità, 14 luglio 200)

Rassegna Stampa 14/107/2009 I - Nucleare, Regioni in rivolta dal governo piano-militare


Il nucleare sarà pure a scopo civile, ma le nuove centrali saranno realizzate in siti militari. E del resto il governo non potrebbe fare altrimenti, visto che praticamente tutte le Regioni italiane hanno già fatto sapere che non intendono ospitare un reattore. Così, quattro giorni dopo che il Senato ha approvato definitivamente la legge che riapre al nucleare, da un lato il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo si affretta a dire che «sono prematuri i tempi per ipotizzare i siti» dove verranno costruite le centrali, e «prematuri» rimarranno fino alle regionali del 2010, per evidenti motivi. Dall’altro, di fronte al niet di governatori sia di centrosinistra che di centrodestra, il governo sta lavorando per sottrarre i siti che verranno scelti al controllo non solo delle Autonomie locali, ma anche di Parlamento e magistratura.

IL NO DELLE REGIONI

Solo così il governo può riuscire a imporre la politica del ritorno al nucleare. Il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola sostiene che oggi molti enti locali sono pronti ad accogliere centrali sul loro territorio, ma chi siano questi fantomatici volontari è un mistero che dura da un bel po’ di tempo. Si sa invece che il governatore dell’Emilia-Romagna, Vasco Errani, che ricopre anche il ruolo di presidente della Conferenza delle regioni, critica duramente il governo perché «ha imboccato una strada sbagliata e procede in modo unilaterale». Posizione analoga per Mercedes Bresso, Piemonte: «Si tratta di un errore da ogni punto di vista, strategico, economico, della sicurezza». Due no che pesano doppiamente, visto che tra le ipotesi su cui sta ragionando il governo per risolvere in un colpo solo sia il problema delle autorizzazioni che quello dello smantellamento dei vecchi impianti, c’è quella di installare i nuovi reattori proprio nei siti delle centrali che dopo il referendum dell’ 87 sono state lasciate a girare a basso regime, a cominciare da Caorso (che si trova nella prima regione) e Trino Vercellese (seconda). Ma pesanti no arrivano anche dalla Toscana («contrarissimo» si dice Claudio Martini), dal Lazio («il futuro è nelle tecnologie pulite», sostiene Piero Marrazzo), dalla Basilicata («scelta inopinosa e avventurata» è per Vito De Filippo quella del governo), dalla Puglia («dovranno venire con i carri armati», promette Nichi Vendola). Tutte voci di centrosinistra e quindi a rischio passaggio di testimone nel 2010? Il fatto è che anche dal centrodestra stanno arrivando secchi rifiuti. Bisognerà vedere se alle parole seguiranno i fatti, ma intanto il presidente della Sardegna Ugo Cappellacci sostiene che «dovrebbero passare sul mio corpo» per installare un reattore sull’isola e quello dell’Abruzzo Gianni Chiodi fa notare che la sua terra non è «idonea per le sue caratteristiche morfologiche e sismiche a ospitare un sito».

SITI MILITARI

E allora si spiega perché il governo stia preparando una exit strategy ricorrendo all’aiuto dei militari. Ora che è diventato legge il ddl Sviluppo, contenente il ritorno al nucleare, può ripartire un altro disegno di legge che non casualmente finora è stato tenuto fermo in commissione Difesa al Senato. Si tratta di un provvedimento che prevede la creazione di una società di diritto pubblico denominata Difesa Servizi Spa. Il combinato disposto delle due norme consentirebbe la creazione di centrali in siti militari, visto che ora la Difesa può utilizzarli «con la finalità di installare impianti energetici destinati al miglioramento del quadro di approvvigionamento strategico dell’energia». E per farlo il ministero, una volta approvato il secondo ddl, «può stipulare accordi con imprese a partecipazione pubblica». Proprio come la Difesa Servizi Spa. A quel punto, le centrali nucleari sarebbero fuori dal controllo di altre autorità, protette dietro il cartello «Zona militare».

Simone Collini
(da L’Unità, 14 luglio 2009)

Rassegna Stampa 04/11/2009 - «Minacce, bombe e omertà. Mercato inquinato a Milano»


MILANO — Per la prima volta contestato a Milano alla stregua che a Platì o Corleone, il reato si chiama «illecita concorrenza e turbativa al mercato con minaccia o violenza». Ma le intercettazioni di Dia, Gico e carabinieri lo fanno capire molto meglio. Sei un imprenditore e stai decidendo a chi affidare il subappalto per gli scavi e il movimento terra nel tuo cantiere nella cintura sud dell’hinterland milanese, colonizzata decenni fa dalle famiglie storiche della ’ndrangheta al Nord. Io, che sono pure un imprenditore — volto ufficiale la società in via Montenapoleone, volto oscuro la compartecipazione in affari immobiliari con i rampolli di terza generazione delle cosche Barbaro e Papalia trapiantate a Buccinasco, Assago, Corsico, Cesano Boscone, Trezzano sul Naviglio — «ho due persone da presentarti. Anzi una non te la presento, per gli scavi ti faccio solo fare un preventivo da un ragazzo preciso. Un bravo ragazzo». Naturalmente «se sei d’accordo, senza alcun impegno». Per carità, sei libero di scegliere a chi dare il lavoro, in fondo anche quell’al¬tro fornitore «non è che non sia un bravo ragazzo». Ma sai com’è, «il mondo degli scavi è un mondo diverso, diverso», e a volte richiede «degli equilibri ». E’ vero che, con quell’al¬tro, risparmieresti 40mila euro sul lavoro: solo che «quello te lo può fare pure a gratis, ma come ci sono dei problemi, lui sicuramente non ti risolve un problema che posso risolverti io!» . E’ tutta questione di «problemi » possibili. Di che tipo, lo elencano 250 pagine di ordinanza per arrestare ieri 17 persone e sequestrare case e società per 5 milioni di euro: automezzi fatti saltare in aria, agenzie immobiliari bruciate, gente dubbiosa persuasa da colpi di pistola sparati alle finestre della camera da letto, un perito del Tribunale corrotto («il geometra la perizia la fa come glielo abbiamo detto di fare noi») per comprare a prezzo stracciato un prezioso terreno alle aste giudiziarie. E imprenditori mezzo terrorizzati e mezzo collusi con chi tra l’altro dava asilo a un latitante in fuga dall’Aspromonte; seppelliva detriti non nelle apposite discariche ma in un cantiere sulla linea ferroviaria Milano-Mortara; e in una Lancia Lybra nascosta in un box di Assago custodiva un arsenale di mitragliatori, pistole semiautomatiche, fucili, bombe a mano di fabbricazione jugoslava. E’ «di estremo allarme — scrive sconfortato il gip Giuseppe Gennari a proposito del materiale offertogli dai pm Boccassini, Dolci, Venditti e Storari— il fatto che, da anni, tra imprenditori milanesi si consideri un dato ineluttabile che determinati lavori in campo edile siano totalmente sottratti alle regole del mercato e della concorrenza » . Eccone uno che, ignaro di essere intercettato mentre si sfoga con un amico, inveisce contro quelli che «buttano bombe a destra e sinistra, gentaglia di m...», salvo poi, quando viene convocato dagli inquirenti, assicurare invece che sarebbero «persone con me sempre gentili e rispettose». Eccone un altro che, per paura, per un anno lascia ai genitori di un boss l’uso gratis di una casa, ma ai pm lo garantisce «una persona sicuramente affabile». Eccone ancora altri barcamenarsi: «Uno di quelli 'pesanti' mi ha detto: 'Quel signore lavora con voi', e io ho detto: no, non è corretto, lavora per noi».
Del resto, è a due passi dal Duomo che un imprenditore racconta che ci si rivolge al boss di zona come ormai forse nemmeno più succede nei vicoli di camorra: «In zona tutti si rivolgevano a lui per i più sva¬riati problemi: ad esempio a lui si chiedevano informazioni in caso di furto della macchina. Era la persona che nel momento del bisogno poteva darti un mano a risolvere i problemi». Il pm Boccassini annuncia «una linea di durezza verso gli imprenditori border line: l'im¬prenditoria sana deve capire che bisogna stare con lo Stato, non contro, e che non può ac¬cettare le violenze mafiose per propri tornaconti». Ma intanto il gip scatta solo tre tipi di foto d’azienda: «Vi è chi decide sem¬plicemente di autoesiliarsi per non incontrare la strada dei 'ca¬labresi' » e va a lavorare altrove, anche a costo di affrontare «costi maggiori del 10%. Vi è chi accetta le regole del gioco evitando fastidi e problemi. E vi è chi va anche oltre, intessendo rapporti che esorbitano l’ordinaria commessa lavorativa. Se poi qualcuno dimentica le regole, il fuoco appiccato o l’ordigno esplosivo sono un buon metodo per richiamare la memoria » . Solo quando indispensabile, s’intende. Perché il boss di turno è sempre pronto a portare la 'sua' pace. «Speriamo che qua tutta questa situazione la risolviate consiglia ad esem¬pio a chi sta litigando troppo per un debito —. Vedete come la potete passare, come la potete risolvere, sennò...ve lo giuro, sennò a me mi dispiace».

Alberto Berticelli
Luigi Ferrarella
(da CorriereCronache = http://www.corriere.it/cronache/09_novembre_04/minacce-bombe-omerta-mercato-milano_d1ee5b0c-c910-11de-a52f-00144f02aabc.shtm, 04 novembre 2009)

Rassegna Stampa 17/03/2009 - In Lombardia il ponte di comando della 'ndrangheta


La nuova forma dello Stato è materia di polemiche politiche ma, in compenso, il federalismo criminale è già realtà. E la capitale scelta è Milano. Il giorno in cui la Direzione distrettuale antimafia del capoluogo arresta 20 presunti appartenenti a due cosche che in Calabria si fanno la guerra ma in Lombardia fanno la pace in nome di affari milionari, la relazione della Dna – chiusa nel cassetto del Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso – rivela che la 'ndrangheta si sta ormai impossessando della regione.
Intere parti della Lombardia – come Buccinasco, dove decine di imprese edili sono in odore di mafia – sono ostaggio degli appetiti delle 'ndrine ma quel che sorprende nel documento consegnato a Grasso dal sostituto procuratore antimafia Vincenzo Macrì è scoprire l'asse sempre più stretto tra Milano e Brescia, dove le cosche procacciano affari anche grazie all'ingresso della mafia russa. La relazione della Dna mette a nudo una realtà che – in vista di Expo 2015 – va affrontata con realismo e fermezza: il baricentro delle decisioni strategiche non è più San Luca ma Milano dove la 'ndrangheta, ormai, è di terza generazione.
Se la politica cerca di riempire di contenuti il federalismo, la 'ndrangheta lo ha già fatto. Ha deciso che Milano è la nuova capitale dell'Italia criminale federata e in vista di Expo 2015 ha anche scelto di rinforzare l'asse con una città ponte verso i ricchi traffici, italiani ed europei, del Nord-Est: Brescia. Come sempre, le cosche sono avanti, più avanti di chi dovrebbe sconfiggerle. E anche gli arresti e i sequestri milionari di ieri a Milano dimostrano che la Lombardia è ormai terreno di conquista per le cosche.
A metterlo nero su bianco è Vincenzo Macrì, sostituto procuratore nazionale antimafia. «Non ci sono più tanti satelliti che ruotano intorno a un unico sole, la 'ndrangheta di San Luca - scrive nella sua relazione consegnata poco più di un mese fa al suo capo, Piero Grasso -, ma una struttura federata, disposta a dialogare con la vecchia casa-madre, ma non più a dipendere da essa, sia quanto alla nomina dei responsabili della periferia dell'Impero, sia quanto all'adozione delle nuove strategie e alla condivisione dei profitti».
Eccolo il motivo per il quale quest'anno - per la prima volta - la Dna, Direzione nazionale antimafia, ha deciso di secretare l'intera relazione. Quasi 900 pagine chiuse a chiave in pochi cassetti e accompagnate da una lettera del procuratore capo, Grasso, con divieto di divulgazione agli uffici.
Grasso, quest'anno, non poteva permettere che la relazione - a partire dalle dense e sorprendenti considerazioni sulla 'ndrangheta - uscisse fuori dai confini di chi - ogni giorno - è in prima linea a combattere la criminalità. Grasso non poteva tollerare la diffusione delle pagine dedicate alla 'ndrangheta che con il suo fatturato annuo di 44 miliardi (stime Eurispes) è ormai l'organizzazione criminale più forte al mondo. Forte dell'asse con i narcos colombiani. Una 'ndrangheta talmente pervasiva che non c'è pagina - nei contributi consegnati dalle 26 Direzioni distrettuali alla Direzione nazionale - che non trasudi di investimenti, prestanomi, traffici e corruzioni a opera di esponenti delle cosche calabresi o ad essi vicini. Una 'ndrangheta che compra tutto e, quando non può, delegittima, calunnia e isola. E uccide.
Il Sole 24 Ore ha la relazione ma, per non ostacolare le indagini, si astiene dal pubblicarne stralci e si limita a fornire il quadro d'insieme divulgando alcuni passi utili a comprendere il fenomeno, privi di qualunque dato coperto dal segreto. A pagina 117 si legge testualmente che «si è alla vigilia di una vera e propria rivoluzione copernicana... La 'ndrangheta avrà in tal modo completato il suo lungo percorso di occupazione della più ricca e produttiva regione del Paese: la Lombardia».
E non sarà un'occupazione precaria, ma definitiva, con strutture permanenti di direzione, con il territorio rigidamente suddiviso. «In pratica - secondo la relazione, anch'essa secretata ma acquisita agli atti, della Direzione distrettuale di Milano -, corpi separati ma provenienti dal medesimo ceppo e viventi nell'ambito di quella che può definirsi una coesistenza autonoma ma interattiva».

Nel giro di pochi anni - se le indagini dovessero confermare il quadro della Dna, ma appare scontato - i rapporti di forza si ribalterebbero: i centri decisionali si sposteranno sempre di più dalla Calabria alla Lombardia. Non è un caso che i boss Paolo Sergi e Antonio Piromalli siano stati recentemente arrestati a Milano, da dove - secondo gli investigatori e gli inquirenti - dirigevano i traffici internazionali di droga e curavano i collegamenti con il mondo politico e delle istituzioni.

Ma se la situazione di Milano e dell'hinterland - come ad esempio Buccinasco, che nella relazione di Macrì viene descritto come un territorio sottoposto passivamente alla conquista delle cosche fin dagli anni 70 - quel che sorprende è scoprire che Brescia e la sua provincia siano entrate ormai a pieno titolo nelle maglie della 'ndrangheta. Le cosche «condizionavano e condizionano il tessuto sociale e le iniziative d'intrapresa finanziaria», scrive Macrì. Un assalto in piena regola, agevolato dalla complicità delle mafie straniere, in primo luogo di quella russa. «In particolare - si legge nel contributo messo a disposizione della Direzione distrettuale di Brescia - i calabresi appaiono svolgere il ruolo di procacciatori d'affari per i soggetti stranieri e in tale contesto si è rivelato persino l'interessamento per l'acquisto di una raffineria».
L'allarme della Direzione nazionale antimafia non prescinde da Expo 2015, sulla quale Stato ed enti locali non trovano accordi: la 'ndrangheta si è già piazzata con omicidi (tre in pochi mesi) e spartizioni già decise o in via di definizione. Accordi che lasceranno briciole (sostanziose) anche a Cosa Nostra e Camorra, ormai costrette a venire a patti con chi è più forte di loro. «Gli interessi in gioco con Expo 2015 - si legge nella relazione - sono maggiori persino di quelli ipotizzabili dalla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina».
Di fronte a questa prospettiva, lo Stato prova ad attrezzarsi al meglio e il Comune di Milano tenta di conciliare le esigenze di chi vorrebbe istituire una Commissione municipale sul fenomeno mafioso con quelle di chi - forte anche del parere negativo del prefetto del capoluogo Gian Valerio Lombardi - ne farebbe volentieri a meno.
Commissione sì o commissione no, ciò che conta è che la politica prenda consapevolezza del fatto che Milano e la Lombardia non sono più solo le capitali morali, produttive e finanziarie del Paese, ma sono anche i capisaldi intorno ai quali la narcofinanza calabrese ha deciso di far girare tutti i traffici e le vie del riciclaggio del denaro sporco. Gli arresti di ieri - per chi avesse ancora dubbi - sono lì a ricordarlo.

Roberto Galullo
(da http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/03/ndrangheta-ponte-comando-lombardia_2.shtm, 17 marzo 2009)

martedì 26 gennaio 2010

Rassegna Stampa 26/01/2010 II - Allo Stato la tutela delle acque e alla Regione la competenza nel loro utilizzo



LIVORNO. Il riparto delle competenze fra Stato e Regione in materia di acque dipende dalla distinzione fra uso e tutela del bene: all'ente locale spetta quella dell'utilizzazione, allo Stato quella della tutela.
Lo afferma la Corte Costituzionale che con sentenza di questo mese dichiara illegittima la legge regionale della Campania nella parte in cui fissa la durata della concessione a 50 anni e non in 30. Una dilatazione temporale che, fra l'altro urta con la necessità in sede di rinnovo della concessione della procedere di Valutazione d'impatto ambientale (Via).
La vicenda ha inizio quando il Presidente del Consiglio dei ministri ha proposto questione di legittimità costituzionale, della legge della Regione Campania (la n. 8 del 2008) relativa alla disciplina della ricerca e utilizzazione delle acque minerali e termali, delle risorse geotermiche e delle acque di sorgente. E in particolare nella parte in cui esclude la valutazione d'impatto ambientale o valutazione di incidenza per i rinnovi delle concessioni "in attività da almeno cinque anni dall'entrata in vigore della stessa legge regionale". Perché contraria non solo alla competenza esclusiva attribuita allo Stato dalla Costituzione (così come riformata nel 2001) in materia di tutela ambientale (art. 117 primo e secondo comma lettera s)), ma anche alle disposizioni in materia del Dlgs 152 /06.

La legge regionale impedirebbe la verifica della "permanenza della compatibilità [...] con i mutamenti delle condizioni territoriali e ambientali eventualmente sopravvenuti" anche in ipotesi di rinnovo della concessione "correlata a opere a suo tempo già sottoposte alla procedura di valutazione d'impatto ambientale". E contrasterebbe con i principi della disciplina "che sottopone a regolazione dell'Autorità concedente finalizzata a garantire il minore deflusso vitale nei corpi idrici di tutte le concessioni di derivazione di acque pubbliche".

La legge regionale campana prevede infatti che "le concessioni perpetue date senza limite di tempo, in base alle leggi vigenti anteriormente all'entrata in vigore del regio decreto n. 1443/1927, sono prorogate per cinquanta anni dall'entrata in vigore della presente legge, e le relative subconcessioni per venti anni, salvo che rispettivamente il concessionario o il subconcessionario non siano incorsi in motivi di decadenza".
L'ordinamento italiano, per lungo tempo, si è occupato soltanto dell'aspetto dell'uso e della fruizione delle acque minerali naturali e termali trascurando quello relativo alla tutela.
Il testo unico delle leggi sulle acque e sugli impianti elettrici si occupava di concessioni di piccole e grandi derivazioni, ma non di tutela dell'acqua. In questo contesto si inseriva la disposizione dell'art. 117 Cost., nel vecchio testo (ossia quello anteriore alla modifica costituzionale del Titolo V della parte seconda) che attribuiva la competenza in materia di Acque minerali e termali alle Regioni.
Con il Dlgs 152/06 il legislatore ha provveduto alla tutela delle acque facendo rientrare tutte le acque superficiali e sotterranee - ancorché non estratte dal sottosuolo - nel demanio dello Stato. Precisando pure che "le acque termali, minerali e per uso geotermico sono disciplinate da norme specifiche, nel rispetto del riparto delle competenze costituzionalmente determinato".
Il riparto delle competenze, è agevole dedurlo, dipende proprio dalla distinzione tra uso delle acque minerali e termali, di competenza regionale residuale, e tutela ambientale delle stesse acque, che è di competenza esclusiva statale, ai sensi del vigente art. 117, comma secondo, lettera s), della Costituzione.
Fra l'altro di tale tutela ne dà conferma lo stesso Dlgs 152/06. Perché dispone che le concessioni di acque minerali e termali ossia i provvedimenti amministrativi che riguardano la loro utilizzazione, devono osservare i limiti di tutela ambientale posti dal Piano di tutela delle acque, in modo che non sia pregiudicato il patrimonio idrico e sia assicurato l'equilibrio del bilancio idrico.
Quindi, il principio di temporaneità delle concessioni di derivazione e la fissazione del loro limite massimo ordinario di durata in trenta anni (salvo specifiche ed espresse eccezioni), senza alcuna proroga per le concessioni perpetue in atto, rappresentano livelli adeguati e non riducibili di tutela ambientale. Livelli individuati dal legislatore statale che fungono da limite alla legislazione regionale.

(da http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=3026, 25 gennaio 2010)

Rassegna Stampa 26/01/2010 I - Rifiuti e liquami, è on-line la mappa delle criticità


Eternit, materiale combusto, automobili abbandonate sulle sponde degli alvei, elettrodomestici, ferro, acciaio, carcasse di animali, pneumatici, indumenti. Sono tante le storie di degrado raccontate dalla mappa interattiva che Arpac rende disponibile on-line, con la ricognizione di scarichi e sversatoi nell’area dei Regi Lagni. Sono più di trecento le segnalazioni inviate dalle squadre di Arpac Multiservizi che hanno setacciato il terreno intorno ai canali borbonici. Si tratta di rifiuti urbani o speciali abbandonati sul terreno, oppure di scarichi che convogliano liquami all’interno degli alvei. Terminata la fase "in campo" tutti i dati vengono raccolti in un database e resi disponibili su internet, dove chiunque può consultarli grazie a un’interfaccia elaborata dai tecnici Arpac.

Nel database, che verrà completato nelle prossime settimane, è stato già inserito circa il 50% dei dati raccolti in campo. Il reticolo dei Regi Lagni è individuato dalle linee di colore blu, sullo sfondo fornito dalle mappe satellitari di Google. I tratti contrassegnati in rosso indicano le parti non controllabili poiché interrate o non accessibili. Zoomando sulle aree dove transitano gli alvei, appaiono segnaposto contrassegnati da “R” (per i rifiuti) e da “S” (per gli scarichi). Quando si clicca su un segnaposto, compare una scheda relativa alla “scoperta” fatta dalle squadre sul campo. Ogni scheda comprende una o più foto, con la data e l’ora in cui sono state scattate, la località, e una descrizione del materiale o delle condutture individuate.

(da La Rete Civica di Napoli, 7 Dicembre 2009)

lunedì 25 gennaio 2010

Rassegna Stampa 25/01/2010 II - Quanta Italia sotto l'amianto


Al microscopio è dolce, sembra un batuffolo di cotone, una nuvola del cielo. Nei polmoni è micidiale, uccide. È l’amianto. Ha ammazzato più operai italiani di qualsiasi altra causa. Perché è stato legale fino al 1992, confuso per 50 anni con il destino cinico e baro. Non si voleva e non si doveva sapere, perché d’amianto erano fatti tetti e macchinari delle maggiori aziende, e il killer viaggiava sui i treni. Poi - stanchi di ritrovarsi in processione ai funerali - gli operai hanno preso coscienza. La medicina del lavoro si è dedicata. Il Parlamento arrivò alla legge che riconosceva il dramma di rinterzo, introducendo i benefici previdenziali: un anno di esposizione all’amianto valeva 1,5 ai fini della pensione. Bisognava però essere stati esposti per almeno dieci anni e serviva un “curriculum” certificato dall’azienda. Difficile, se è il mandante che deve riconoscere l’omicidio: in pochi ne hanno giovato. Poi è arrivato il governo Berlusconi, con Tremonti a caccia di quattrini, come sempre: nel 2003 la legge è stata complicata, il benificio è stato ridotto a 1,25 per ogni annodi lavoro e sono stati inseriti parametri di esposizione ardui da dimostrare, a distanza di anni. Si sa, per risparmiare è meglio un operaio morto che un lavoratore in pensione. Il governo successivo di centrosinistra rimodulò quei tempi e soprattutto - visti anche i primi processi che interessavano vari stabilimenti in tutta la penisola - stanziò nella Finanziaria del 2007 un fondo di 30 milioni per risarcire le vittime. Solo che serviva un decreto attuativo entro novanta giorni per sbloccare quei soldi. Il governo Prodi si attardò e morì per consunzione di lì a poco, i successori (sempre i soliti, Berlusconi, Tremonti...) se ne dimenticarono. “Ballavano” anche le bonifiche di capannoni e terreni.
Ci sono ancora 30 milioni di tonnellate di amianto, in giro per l’Italia e 2,5 miliardi di metri quadrati di coperture, sopra le teste di qualcuno: lo scrive il Cnr. Di mesotelioma muoiono ogni anno 3 mila persone.
Una morte a piccoli sorsi, l’amianto lavora per anni, rimanda l’appuntamento, ma arriva sempre.

Marco Bucciantini
(da L’Unità, 25 gennaio 2010)