
Il ritorno al nucleare vuol dire che in Italia si produrranno nuovamente rifiuti radioattivi in grande quantità. Oltre a trovare i luoghi dove costruire le centrali, il Governo dovrà quindi mettere in conto anche la necessità di individuare il sito unico in cui depositare le scorie. E sicuramente non sarà un lavoro facile. Sulla necessità di costruire un deposito nazionale, gli esperti sono tutti d’accordo. Già oggi la situazione è critica. In Italia le centrali nucleari sono ferme dal 1987; i rifiuti prodotti sino a quel momento, ad eccezione del combustibile, sono rimasti al loro interno in attesa del condizionamento, ovvero di una serie di procedure che servono a mettere in sicurezza le sostanze radioattive. Quando le centrali verranno finalmente smantellate, si dovrà decidere cosa fare di quei 50.000 metri cubi di materiale radioattivo. A questa piccola montagna si devono aggiungere ancora 27.000 metri cubi di rifiuti radioattivi prodotti dall’attività medica e di ricerca stipati per lo più alla Casaccia, vicino al Lago di Bracciano in un deposito che però sta diventando troppo piccolo. Manca la parte qualitativamente più importante: i rifiuti spediti all’estero e che dovrebbero rientrare dopo essere stati trattati. Sono i più preoccupanti perché si tratta del combustibile esaurito, ovvero la fonte di tutta la radioattività delle centrali nucleari: le sostanze a più lungo decadimento. Ne abbiamo mandati 6.000 metri cubi a Sellafield in Inghilterra e altre 235 tonnellate in Francia. Lì saranno “riprocessati”. Questi rifiuti torneranno a casa fra una decina di anni e ci vorrà un posto dove metterli. Se poi produrremo di nuovo energia nucleare, il deposito diventa ancora più necessario. Del resto, l’Italia, quando ha firmato l’accordo per mandare oltralpe il combustibile esaurito, si è impegnata con la Francia a costruire il deposito entro il 2020, ma dove? La prima cosa da fare è cercare di non ripetere gli errori del passato. E’ bene quindi ricordare la storia di Scanzano Jonico. Il 13 novembre del 2003, l’allora Governo Berlusconi individua nella cittadina della Basilicata il luogo dove costruire il deposito unico per le scorie radioattive di medio ed alto livello. Il sito per la costruzione di un deposito geologico profondo viene indicato dal consiglio dei Ministri dopo una valutazione del Servizio Geologico Nazionale. Lo stesso giorno il Sindaco di Scanzano dichiara di essere all’oscuro di tutto: nessuno ha avvertito la popolazione né i suoi rappresentanti che sarebbero arrivati 60.000 metri cubi di scorie tossiche. Dal giorno successivo parte la rivolta: in poche ore nascono associazioni di cittadini contrari alla costruzione del sito. A Scanzano manifestano gli ambientalisti, gli studenti, i commercianti, persino i sacerdoti. Il 23 novembre scendono in piazza più di 100.000 persone. Di fronte ad una presa di posizione così netta, il Governo deve fare marcia indietro. A fine novembre il nome di Scanzano viene cancellato dal decreto. Da allora Scanzano è diventato un monito: così non si fa. Innanzitutto si è capito che il deposito per ora è meglio non farlo geologico, ma di superficie: durerà meno, ma è più facile da costruire e gestire. Tutti gli esperti sono convinti che la scelta del luogo non si possa fare per decreto legge: ci vuole un percorso condiviso. Secondo alcuni bisogna pensare a forme di risarcimento, non solo soldi, ma prospettive di sviluppo. In Francia intorno al sito di La Manche sono sorti una città industriale ed un centro di eccellenza di settore. Il tavolo di concertazione promosso dall’ex-ministro Bersani tra Governo, Regioni, Ispra ed Enea aveva lo scopo di creare un percorso condiviso, ma al momento ancora non si è giunti ad una soluzione del problema: le Regioni sono ancora Una centrale nucleare scettiche.
Cristiana Pulcinelli
(da L’Unità, 14 luglio 200)
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